Questa rubrica è fatta di autoriflessioni sulla propria poetica, sul proprio modo di sentire il procedere della parola. Ma anche gli inghippi, le rimostranze del testo, del sistema di segni, personali e collettivi, nel quale siamo inseriti. Abbiamo invitato Gianluca D'Andrea.
RIFLESSIONI A PARTIRE DA LAB
Libro delle persone o delle maschere o desideri dell’io che non può scegliere e ama tutte le sproiezioni (le maschere non hanno nulla di immorale perché costituiscono l’io – la morale è capovolta, non esiste un centro, è tutto scompaginato).
Partendo dalla crisi individuale si giunge alla soluzione accettando l’immoralità acquisita come nuovo ammaestramento etico. Un comportamento, un uso si rigenerano dal proprio incenerimento.
Continuare allora implacabilmente (anche sorprendentemente) sulla strada tracciata da Lab. Il titolo sarà [ECOSISTEMI], occorrerà sporcare, contaminare fino a riprodurre una nuova ecologia.
Dal disastro alla centralità dei rapporti tra le varie personalità che ci compongono (simili ai mattoncini LEGO), per fare in modo che la nostra risulti una libertà inscindibilmente connessa alla sua stessa frustrazione. Libertà di essere diversi, alterati (scelta di un silenzio fatto di voci sfaccettate, multiformi che il soggetto dovrà sentire risuonare dentro le proprie cavità, riattivando uno stimolo). Abbattere la maiestatica autorità di un centro fisso in funzione di una distribuzione assolutamente diversa delle energie psichiche. Tentare diversi registri per comunicare il più possibile e in diverse direzioni. Rendere la comunicazione poetica usufruibile a più livelli e pluristratificata (multiculturale?), comunque il più possibile democratica in un mondo che è già stato derubato della sua complessità.
Numi tutelari
Ogiva come forma di uno slancio
complicato nella flessibilità della spinta.
Prolungare fuori ritmo un’attesa
è una nuova rovina e altri occhi.
Costruttiva appaia su salda tradizione
altra vita umana; sembra una serie
è un disegno mai visto ma avvertito.
Non è un suono,
più che altro scatoloni scaraventati,
il fatto che non sia una meta
presupporrebbe maggiore saggezza.
Parlare in tono didascalico
con salti e un solo raccordo,
l’attrazione di suoni in un tema,
terra come alterazione di terra.
[in te clone e immorale suonano religione]
L’impegno che scaturisce dall’attrazione del linguaggio è fattore vitale. Abbandonare l’espressione comporta una perdita di aderenza più alienante della scrittura stessa – come essere condannato alla scrittura per volontà di sussistenza, per evitare eventuali deperimenti psico-fisici.
Dopo la spersonificazione e la ripersonificazione molteplice (presuntamente falsa più candidamente effettiva) occorrerà manifestare, attraverso approfondimenti tecnici e ristrutturazioni coadiuvate dal materiale tradizionale, un nuovo impianto linguistico (sempre indirizzato sulla plurivocità della stessa vocazione).
Lab è ormai operazione morta, ma su quella spoglia, riverificata attraverso il confronto con le ulteriori spoglie dei numi tutelari che si sono mossi nella stessa direzione, impostare un accordo nella molteplicità dei registri – trovare una vena espandibile a cornice, non lasciare libertà discorsiva al flusso ma incorniciare per exempla.
Dopo ogni crisi non si lascerà scorrere il nuovo flusso, ma costipare, incanalare lo slancio in una forma che risalti la volubilità del registro tonale (visto che le vite sono tante anche i toni saranno tanti).
Tentativo di bloccare la forza deflagrante, arginare le emissioni linguistiche. La ciclicità dell’operazione è resa ineluttabile dalla viziosità dell’esperienza. Una controforza dipende dalla propulsione verbale che scaturisce in maniera esplosiva, quella stessa controforza sovrasta la spinta originaria e si crea il blocco (il girare a vuoto nelle vecchie forme – la tradizione cristallizzata). Per reagire all’accidia relativa ad ogni situazione di stasi si rilasciano le difese e la verbalità, libera di rifluire, esplode in una deflagrazione linguistica. Il movimento oscillatorio investe ogni tematica ma il riguardo, a ben vedere, ricade sullo stesso movimento oscillatorio. Ovviamente la decisione è maturata a causa di agenti esterni ed è volta alla chiusura creativa; isolamento che, con lo studio attento della chiusa tradizione, diviene vera e propria clausura redentiva, sviluppo di una nuova sacralità del pensiero acquisito, dell’idea di constatazioni acquisite e pronte ad essere sviluppate.
Discorso sullo stile:
adesso sentire l’esigenza di spostare sul versante stilistico – a maggior contatto con la lingua – le tematiche realizzative, la presa di coscienza di un pensiero poetico.
La molteplice sproiezione personale, il nuovo impasto identitario da rendere plurivoco. Più voci, più registri in una sola lingua, passione per una tradizione difficile, quasi aulica (sviluppare e sintatticamente e sul piano terminologico).
Creare degli exempla:
- riguardare Parini -
[dopo un certo sdegno socio-politico occorre tirare le fila del discorso nella speranza che il linguaggio possa e, in modo assolutamente morale, debba agire a livello concreto sulla determinazione di un mondo – nuovo certamente e di cui è obbligatorio individuare i confini di rinnovamento – rispetto a cosa? → tradizione
↓
Leopardi → tematiche e lingua Parini → spirito e lingua
(riaccostare al Parini)
Stevens → tematiche e forma chiusa
Zanzotto → lingua (esempio di maturazione:
problematiche tematico-esistenziali
verso sviluppo problematiche linguistiche)
Dante → inclusione registri, Ovidio → cambiamento
situazioni e lettura universale prospettive e fine di un mondo,
di un mondo attraverso i saperi mutamenti linguistici.
↓
collegare a Rimbaud per tangenze].
Metrica:
endecasillabo in tutte le varianti (anche casuali);
tradizione (impossibile estinzione in anni in cui si rischia di cancellare a causa di inerzia e incoscienza).
Versi liberi (in funzione di un ritmo interno).
Più grande di un impegno civile? no, impegno civile tout court, interiorizzazione di un disagio e tentativo di risposta alle stesso; dove trovare la via d’uscita?
Forse forzarsi nel tentativo di scoprire una nuova aderenza alle cose (individuare le cose). Fuori dal senso di morte che si respira in alcune zone di poesia contemporanea, la vita non solo come slancio iniziale ma anche come conservazione (la tradizione → il verso chiuso incastonato in flussi di libera versificazione – comincia a delinearsi insieme alla poetica (dopo) uno stile. Ingemmare le parabole chiuse (ammaestramento morale) dentro una cornice fluida ma anche più libera tematicamente in modo da investire i più svariati campi d’esistenza (vedi attuale malessere socio-politico e dunque spostarsi su [ECOSISTEMI]).
Numi tutelari
[ECOSISTEMA della sopravvivenza]
Varie velocità della mia vita…
Sgomberare il campo d’azione individuale, depotenziare l’individuo, potenziare la comunità in molteplici prospettive – contro l’univocità dell’individuo che impone le sue regole arbitrarie (vista l’assenza di una visione morale oggettiva) e quindi troppo pericolose (libertà a rischio in una crisi d’identità, accogliere la varietà in seno al sé).
“L’accettazione-consapevolezza del livello inautentico di vita e di poesia[…] in cui versa il soggetto può servire a rafforzare la consistenza individuale, ne può garantire la sopravvivenza, ma di qui a farsi depositari di una qualsiasi verità, e a trasmetterla, il passo è lungo (e Zanzotto non lo compirà mai)”.
[S. Dal Bianco, note a Ecloga IX]
Giusto depotenziare l’individuo è stata la grande operazione di Zanzotto (prima sul piano tematico poi su quello linguistico e stilistico), ma senza una risposta ulteriore (che io intravedo nell’apertura variabile, nella varietà sproiettata e distratta – amore accolto in maniera infantile e quale spia o avvertimento) si cede al rischio d’impassibilità o rifiuto autoreferenziale (il rischio dell’adorazione estatica), al solipsismo-onanismo che cerca come ultima spinta centrifuga un “fuori” in cui riflettersi e da inglobare (vedi operazione presuntamene eccedente in Jacopo Ricciardi: “Poesie della non morte” come truffa rivolta al lettore, rete lanciata per, involontariamente è vero, impaniare – nello stesso tentativo ma a livelli stilistici assai divaricati si muove Ponso in una poetica adorativa sbilanciata nella nuova lettura del reale, una risuscitata figura poetica quella del vaticinante – e Baldi a parlare della poesia di Ricciardi come di un’operazione importante; sarà una rispondenza di prospettive condivise? Penso di sì nei termini di caratteri assimilabili al nostro tempo arraffone e rapace. Ricciardi e Baldi due affaristi delle lettere e disonesti (?). La raccolta di Ricciardi risulta un’operazione di accumulo ridondante e senza stile, nessuna risposta linguistica ad una carenza morale, bensì il tutto informe e possibile promosso a etica di comportamento – obesità stilistica – operazione alla berlusconi – stile infimo – fimo).
Solo barlumi di vera generosità in Magrelli ma asfissiati da una troppo precoce consapevolezza (infatti Magrelli tende ormai all’autopromozione e ricicla su diversi livelli – dal suo all’altrui).
Il vero passo ulteriore sarà in direzione di un potenziamento della varietà e di conseguenza dell’inclusività in senso stilistico (e linguistico), non più semplicemente tematico alla cui limitazione accennavamo nei termini di un’ipertrofia testuale senza nessuna funzione se non quella dell’autoaccrescimento (non molte parole dunque ma diversi stilemi).
Al contrario, sul piano tematico, occorrerebbe spersonalizzare e quindi ridurre l’apparato terminologico, essenzializzarlo attraverso scarti, refusi e tentando di mantenere una logica intessuta da una cornice tradizionale (non lineare, s’intenda, ma complessa come la giusta disposizione alla varietà richiede – per me vera democrazia e accettazione e poi innamoramento dell’altrui – il semplificare induce il pensiero ad una forzatura che tenta di svolgere in soluzione ciò che non è solubile, cioè la realtà come idea non valicabile e quindi forma trasformabile entro determinate regole: metriche, ritmiche, ecc. che hanno sempre posseduto una forte carica etica).
Gianluca D’Andrea
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