martedì 30 giugno 2009

3 MUSEI SVIZZERI E UN EVENTO

Land, per adesso, si ferma qui. Concludiamo questa stagione con un piccolo pezzo che potrebbe sembrare stonato alla luce delle ultime morti, grandi o piccole che siano.
Buone vacanze, dunque.
UN EVENTO
Una Traviata alla stazione ferroviaria di Ginevra

Colpisce questa rappresentazione della Traviata, non per la sua bellezza di messinscena ma per la riflessione che mi suscita a proposito degli oggetti d’arte. Che succede quando si fa tabula rasa del sostrato culturale? Quando si decontestualizza totalmente? Epoca storica, modelli culturali, stile di rappresentazione, regia, arte attorale…cambia tutto o non cambia niente? Cosa vedono gli occhi? Che cosa sono costretti a guardare di diverso? Solo assaliti dall’oggetto d’arte? Sono investiti da una forma del primitivo? La regia, certo, c’è, e probabilmente anche un’ intenzione commerciale. E’ simulata una specie di sciatteria, di non intervento, di casualità dell’accadere. Quindi si tratta di una indiretta operazione meta concettuale. Sta di fatto che si evoca una specie di teatro delle origini in cui un atto comunicativo si realizza di per sé, con una minima stratificazione. La cosa più interessante sarebbe verificare la possibilità di considerare la visione della prassi (registica) come uno strato asportabile, lasciando allo sbando il testo. Che succederebbe a far recitare Amleto a dei bambini? L’espressionismo storico l’ha già verificato. Facendo finta di dimenticarsi di saper dipingere, nasce una nuova arte.
Sebastiano Aglieco

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giovedì 25 giugno 2009

TRE MUSEI SVIZZERI E UN EVENTO

2
Museo della croce rossa, Ginevra

Un piccolo museo dedicato alle follie dell’uomo e della natura e alle resistenze degli animi nobili, degli animi affaticati ma redenti. Già redenti sulla terra a causa di questi pensieri. Pensieri/azioni semplici: salvare il corpo innanzitutto. Emozionante la sequenza di disastri e redenzioni: semplici abbracci, salvataggi, ringraziamenti, lacrime. Ecco dove l’uomo s’incontra: in un luogo disastrato, intorno a una ferita, a una mancanza, a una malinconia. I grandi pensieri si fanno azioni, incidono veramente il corpo, come la penna graffia la carta.

http://www.micr.ch/index_f.html


3
Museo dell’Olimpiade, Losanna

Qui si vede una concentrazione di gesti di vittoria, attimi di pura gioia. Le mani alzate, in coro, momenti riassuntivi, bellissimi, irripetibili. Video che ti circondano, visi che ti assalgono. Che differenza c’è tra gioia e felicità? E’ un museo sulle punte, sui picchi, come un istogramma fatto di colonne colorate che gareggiano, al di sotto delle quali l’umano, il semplice, non trema più, non vacilla, non pretende. Demanda, piuttosto, il suo desiderio, ad altri corpi. E’ un museo dove si gioisce non per i vittoriosi ma per noi stessi: sognati.

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lunedì 22 giugno 2009

APPUNTI D'AUTORE 1

Questa rubrica è fatta di autoriflessioni sulla propria poetica, sul proprio modo di sentire il procedere della parola. Ma anche gli inghippi, le rimostranze del testo, del sistema di segni, personali e collettivi, nel quale siamo inseriti. Abbiamo invitato Gianluca D'Andrea.
RIFLESSIONI A PARTIRE DA LAB

Libro delle persone o delle maschere o desideri dell’io che non può scegliere e ama tutte le sproiezioni (le maschere non hanno nulla di immorale perché costituiscono l’io – la morale è capovolta, non esiste un centro, è tutto scompaginato).
Partendo dalla crisi individuale si giunge alla soluzione accettando l’immoralità acquisita come nuovo ammaestramento etico. Un comportamento, un uso si rigenerano dal proprio incenerimento.
Continuare allora implacabilmente (anche sorprendentemente) sulla strada tracciata da Lab. Il titolo sarà [ECOSISTEMI], occorrerà sporcare, contaminare fino a riprodurre una nuova ecologia.
Dal disastro alla centralità dei rapporti tra le varie personalità che ci compongono (simili ai mattoncini LEGO), per fare in modo che la nostra risulti una libertà inscindibilmente connessa alla sua stessa frustrazione. Libertà di essere diversi, alterati (scelta di un silenzio fatto di voci sfaccettate, multiformi che il soggetto dovrà sentire risuonare dentro le proprie cavità, riattivando uno stimolo). Abbattere la maiestatica autorità di un centro fisso in funzione di una distribuzione assolutamente diversa delle energie psichiche. Tentare diversi registri per comunicare il più possibile e in diverse direzioni. Rendere la comunicazione poetica usufruibile a più livelli e pluristratificata (multiculturale?), comunque il più possibile democratica in un mondo che è già stato derubato della sua complessità.


Numi tutelari

Ogiva come forma di uno slancio
complicato nella flessibilità della spinta.

Prolungare fuori ritmo un’attesa
è una nuova rovina e altri occhi.
Costruttiva appaia su salda tradizione
altra vita umana; sembra una serie
è un disegno mai visto ma avvertito.

Non è un suono,
più che altro scatoloni scaraventati,
il fatto che non sia una meta
presupporrebbe maggiore saggezza.

Parlare in tono didascalico
con salti e un solo raccordo,
l’attrazione di suoni in un tema,

terra come alterazione di terra.

[in te clone e immorale suonano religione]


L’impegno che scaturisce dall’attrazione del linguaggio è fattore vitale. Abbandonare l’espressione comporta una perdita di aderenza più alienante della scrittura stessa – come essere condannato alla scrittura per volontà di sussistenza, per evitare eventuali deperimenti psico-fisici.
Dopo la spersonificazione e la ripersonificazione molteplice (presuntamente falsa più candidamente effettiva) occorrerà manifestare, attraverso approfondimenti tecnici e ristrutturazioni coadiuvate dal materiale tradizionale, un nuovo impianto linguistico (sempre indirizzato sulla plurivocità della stessa vocazione).
Lab è ormai operazione morta, ma su quella spoglia, riverificata attraverso il confronto con le ulteriori spoglie dei numi tutelari che si sono mossi nella stessa direzione, impostare un accordo nella molteplicità dei registri – trovare una vena espandibile a cornice, non lasciare libertà discorsiva al flusso ma incorniciare per exempla.
Dopo ogni crisi non si lascerà scorrere il nuovo flusso, ma costipare, incanalare lo slancio in una forma che risalti la volubilità del registro tonale (visto che le vite sono tante anche i toni saranno tanti).
Tentativo di bloccare la forza deflagrante, arginare le emissioni linguistiche. La ciclicità dell’operazione è resa ineluttabile dalla viziosità dell’esperienza. Una controforza dipende dalla propulsione verbale che scaturisce in maniera esplosiva, quella stessa controforza sovrasta la spinta originaria e si crea il blocco (il girare a vuoto nelle vecchie forme – la tradizione cristallizzata). Per reagire all’accidia relativa ad ogni situazione di stasi si rilasciano le difese e la verbalità, libera di rifluire, esplode in una deflagrazione linguistica. Il movimento oscillatorio investe ogni tematica ma il riguardo, a ben vedere, ricade sullo stesso movimento oscillatorio. Ovviamente la decisione è maturata a causa di agenti esterni ed è volta alla chiusura creativa; isolamento che, con lo studio attento della chiusa tradizione, diviene vera e propria clausura redentiva, sviluppo di una nuova sacralità del pensiero acquisito, dell’idea di constatazioni acquisite e pronte ad essere sviluppate.

Discorso sullo stile:
adesso sentire l’esigenza di spostare sul versante stilistico – a maggior contatto con la lingua – le tematiche realizzative, la presa di coscienza di un pensiero poetico.
La molteplice sproiezione personale, il nuovo impasto identitario da rendere plurivoco. Più voci, più registri in una sola lingua, passione per una tradizione difficile, quasi aulica (sviluppare e sintatticamente e sul piano terminologico).
Creare degli exempla:
- riguardare Parini -
[dopo un certo sdegno socio-politico occorre tirare le fila del discorso nella speranza che il linguaggio possa e, in modo assolutamente morale, debba agire a livello concreto sulla determinazione di un mondo – nuovo certamente e di cui è obbligatorio individuare i confini di rinnovamento – rispetto a cosa? → tradizione


Leopardi → tematiche e lingua Parini → spirito e lingua
(riaccostare al Parini)


Stevens → tematiche e forma chiusa
Zanzotto → lingua (esempio di maturazione:
problematiche tematico-esistenziali
verso sviluppo problematiche linguistiche)


Dante → inclusione registri, Ovidio → cambiamento
situazioni e lettura universale prospettive e fine di un mondo,
di un mondo attraverso i saperi mutamenti linguistici.

collegare a Rimbaud per tangenze].



Metrica:
endecasillabo in tutte le varianti (anche casuali);
tradizione (impossibile estinzione in anni in cui si rischia di cancellare a causa di inerzia e incoscienza).
Versi liberi (in funzione di un ritmo interno).
Più grande di un impegno civile? no, impegno civile tout court, interiorizzazione di un disagio e tentativo di risposta alle stesso; dove trovare la via d’uscita?
Forse forzarsi nel tentativo di scoprire una nuova aderenza alle cose (individuare le cose). Fuori dal senso di morte che si respira in alcune zone di poesia contemporanea, la vita non solo come slancio iniziale ma anche come conservazione (la tradizione → il verso chiuso incastonato in flussi di libera versificazione – comincia a delinearsi insieme alla poetica (dopo) uno stile. Ingemmare le parabole chiuse (ammaestramento morale) dentro una cornice fluida ma anche più libera tematicamente in modo da investire i più svariati campi d’esistenza (vedi attuale malessere socio-politico e dunque spostarsi su [ECOSISTEMI]).


Numi tutelari
[ECOSISTEMA della sopravvivenza]

Varie velocità della mia vita…


Sgomberare il campo d’azione individuale, depotenziare l’individuo, potenziare la comunità in molteplici prospettive – contro l’univocità dell’individuo che impone le sue regole arbitrarie (vista l’assenza di una visione morale oggettiva) e quindi troppo pericolose (libertà a rischio in una crisi d’identità, accogliere la varietà in seno al sé).
“L’accettazione-consapevolezza del livello inautentico di vita e di poesia[…] in cui versa il soggetto può servire a rafforzare la consistenza individuale, ne può garantire la sopravvivenza, ma di qui a farsi depositari di una qualsiasi verità, e a trasmetterla, il passo è lungo (e Zanzotto non lo compirà mai)”.

[S. Dal Bianco, note a Ecloga IX]


Giusto depotenziare l’individuo è stata la grande operazione di Zanzotto (prima sul piano tematico poi su quello linguistico e stilistico), ma senza una risposta ulteriore (che io intravedo nell’apertura variabile, nella varietà sproiettata e distratta – amore accolto in maniera infantile e quale spia o avvertimento) si cede al rischio d’impassibilità o rifiuto autoreferenziale (il rischio dell’adorazione estatica), al solipsismo-onanismo che cerca come ultima spinta centrifuga un “fuori” in cui riflettersi e da inglobare (vedi operazione presuntamene eccedente in Jacopo Ricciardi: “Poesie della non morte” come truffa rivolta al lettore, rete lanciata per, involontariamente è vero, impaniare – nello stesso tentativo ma a livelli stilistici assai divaricati si muove Ponso in una poetica adorativa sbilanciata nella nuova lettura del reale, una risuscitata figura poetica quella del vaticinante – e Baldi a parlare della poesia di Ricciardi come di un’operazione importante; sarà una rispondenza di prospettive condivise? Penso di sì nei termini di caratteri assimilabili al nostro tempo arraffone e rapace. Ricciardi e Baldi due affaristi delle lettere e disonesti (?). La raccolta di Ricciardi risulta un’operazione di accumulo ridondante e senza stile, nessuna risposta linguistica ad una carenza morale, bensì il tutto informe e possibile promosso a etica di comportamento – obesità stilistica – operazione alla berlusconi – stile infimo – fimo).
Solo barlumi di vera generosità in Magrelli ma asfissiati da una troppo precoce consapevolezza (infatti Magrelli tende ormai all’autopromozione e ricicla su diversi livelli – dal suo all’altrui).
Il vero passo ulteriore sarà in direzione di un potenziamento della varietà e di conseguenza dell’inclusività in senso stilistico (e linguistico), non più semplicemente tematico alla cui limitazione accennavamo nei termini di un’ipertrofia testuale senza nessuna funzione se non quella dell’autoaccrescimento (non molte parole dunque ma diversi stilemi).
Al contrario, sul piano tematico, occorrerebbe spersonalizzare e quindi ridurre l’apparato terminologico, essenzializzarlo attraverso scarti, refusi e tentando di mantenere una logica intessuta da una cornice tradizionale (non lineare, s’intenda, ma complessa come la giusta disposizione alla varietà richiede – per me vera democrazia e accettazione e poi innamoramento dell’altrui – il semplificare induce il pensiero ad una forzatura che tenta di svolgere in soluzione ciò che non è solubile, cioè la realtà come idea non valicabile e quindi forma trasformabile entro determinate regole: metriche, ritmiche, ecc. che hanno sempre posseduto una forte carica etica).


Gianluca D’Andrea

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giovedì 18 giugno 2009

TRE MUSEI SVIZZERI E UN EVENTO

1
Museo per Paul Klee, Berna

Paul Klee è, a mio avviso, il pittore più importante del secolo appena trascorso. Lo è per la capacità di sintesi presente nella sua opera fra le istanze complesse dell’umano e quelle della forma. Pittore classico, dunque, a suo modo, che tutto mastica e trasforma, e si ferma, pur riuscendo a contenere ancora tutto. E’ un artista del quale è difficile parlare di pensiero o sentimento puri. La forma della sua pittura è armonica, proprio perché riesce a sintetizzare le diverse cose della vita. E la forma è dunque necessaria e rigorosa, struttura geometrica per contenere e accogliere. Forma morbida, dove la linea si rende espressiva nei punti di sutura, struttura morbida per inglobare o respingere.
In questo museo bellissimo disegnato da Renzo Piano, vediamo tre ampi spazi ricavati dal disegno di una linea ondulata, disegnata su un prato lievemente collinare e seguendo la traccia del solco dell’aratro. Al contadino è stato chiesto di seminare le spighe seguendo l’ondulazione della struttura in acciaio e vetro, tutta aperta all’esterno da una parte, rinchiusa e soffocata dalla terra dall’altra, come se il terreno stesso si fosse rialzato a causa di un movimento della faglia. Sotto c’è lo scrigno che contiene le opere. In uno di questi spazi vediamo la ricostruzione del laboratorio di Paul Klee. La qualità delle opere è altissima, sempre. E’ straordinario, infatti, come il lavoro di Klee sia sempre alto - l’arte è un serio lavoro quotidiano - che include e trasforma i significati del mondo come un tranquillo fiume che, avanzando, porta tutto con sé e deposita. E la forma di questa pittura è esattamente ciò che l’artista/musicista ci vuole dire. Così ogni cosa vive nel rigo musicale come la componente di una vasta armonia. Ciò che egli crea è esattamente la sua intenzione. Titolo e suo sviluppo: l’opera. L’opera sembra essere l’esatta esecuzione di un’intenzione.
C’è una rapidissima trasformazione di tutte le stravaganze/ricerche/scoperte poetiche del novecento. Ma esse non sono mai esposte, piuttosto si avvertono come in trasparenza, reinventate, in filigrana. E soprattutto restituite a un senso del tutto personale. Cubismo, espressionismo; surrealismo, soprattutto. Anche formalismo, certo. Il punto centrale di questa opera è l’occhio; letteralmente. La visione è un’operazione di sintesi tra il reale e una ricerca interna, affettiva. Niente è mostrato all’eccesso. Il sentimento è colto nel momento del suo abbassarsi, del suo stabilizzarsi. L’eccesso è simbolizzato, meta/storicizzato. Intendo con questa strana parola una tendenza a riferirsi alla Storia come realtà opaca che non scompare dietro al quadro e non trova senso ma solo immagine. L’opera di Klee non è la metafora di qualcosa ma altro dalla cosa. Quindi, probabilmente, realtà parallela, o distanziata.
Mi chiedevo guardando e godendo di questo bellissimo spazio creato da un italiano fuori dall’Italia: Esiste da noi un luogo come questo costruito interamente su misura per l’opera di un grande artista contemporaneo italiano? La polemica è facile.

s.a.
gennaio 2008

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domenica 14 giugno 2009

Fabio Michieli, FIGURE DELLA SCONFITTA

Fabio Michieli, DIRE, L’Arcolaio 2009

“se è il dolore di me che ti spaventa /non ha colpa la mia poesia”.
“domandi versi? te ne mando autentici:/cadenza esatta:ritmo attento e sempre/misurato(…)//te ne mando, certo! ma sempre identici: un balzo breve, un verso canticchiato/di bocca in bocca come usava un tempo”.
Questi passaggi di Fabio Michieli suggeriscono alcun problemi della sua opera prima: da una parte una relazione con le strutture formali della tradizione sapendo che, tuttavia, come dice Montale “la musica sempre di più si allontana”; dall’altro uno stare vicini, vicinissimi, alle proprie ragioni; per umiltà, per disillusione. Dire è l’atto necessario del comunicare, e la poesia, in particolare, conosce i rischi del fallimento quando il testo si nega ad essere tramato, si sottrae al suo uso. Il semplice dire può costituire un programma: scrivere un libro chiaro, una pagina bianca, quasi pura, in dedica. E poi tingere questi versi di amaranto, come un vessillo lontano, un messaggio, per scongiurare l’abbandono.
Non a caso abitano questo libro figure della sconfitta come San Sebastiano ed Euridice; ma nella forma di un pensiero, di un gesto che non rinuncia a un suo destino, a una possibilità. Se fosse possibile un risorgere, questo sarebbe lo scacco di Euridice: un desiderio di effrazione. In un dialogo fra i due sposi, Orfeo proclama la grande impresa di aver superato “il corpo (…)oltre l’ombra accasciatasi sul suolo”, mentre Euridice porta il suo sposo verso la necessità del gesto, l’unico in grado di azzittire il silenzio “sceso come una nube” a cingerla. Questa remissività della donna/musa, è in fondo, la sua unica vittoria: “ora voltati e guardami! Ti supplico//spegni il tuo amore incauto! Eternami nel canto!”.
Così Sebastiano, martire affacciato al supplizio, “sdegnoso di ogni ingiuria“. Egli è l’idea che non è ancora, l’uomo che si deve ancora formare.
Incompiutezza del vivere, dunque, malinconia; lamento del vivere, nello schianto col tempo, nel tempo della vita, clessidra rotta. Però vivi, malgrado tutto, malgrado la vita che non chiesi.
La Musa di Fabio Michieli sembra voler rimanere fedele a un’eco nella lingua, discosta dai funambolismi del contemporaneo. Ce lo dice una forma di bassorilievo delle perdite, con quell’impressione di incantamento che è un effetto indiretto dell’elegia. Di un’elegia tutta moderna, tuttavia, che non prevede l’accompagnamento musicale ma lo cerca, quando è possibile, nel suono stesso delle parole .

Sebastiano Aglieco

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mercoledì 10 giugno 2009

UNA QUESTIONE CAPITALE

POESIA GIOVANE: MAESTRI E ALLIEVI

L’approccio alla scrittura, soprattutto quella in versi, rimane fondamentalmente senza spiegazioni. I maestri, certo, possono lasciare tracce, imbastire costruzioni, tecniche, stuzzicare interessi, portare alla luce segreti sepolti, abbagliare fino a bruciare. La Comunità, poi, è un formidabile muraglione col quale confrontarsi o approntare battaglie sanguinose; Rimane sempre l’antitodo più potente contro il narcisismo, la bestia più suadente con la quale ogni cosiddetto artista deve fare necessariamente i conti prima o poi.
Scrivere è fondamentalmente un gesto che non è mai solitario, altrimenti le parole, prima o poi, mostreranno il loro doppio, il loro inganno. Mi è capitato di leggere bellissimi libri, poi di incontrare il loro autore e dover lottare furiosamente nel compito di distanziare poesia e poeta.
Le scritture giovani conoscono tutte il rischio di annegare nel loro stesso suono, in quella specie di piacere onanistico che appartiene alla suzione, alla contemplazione in uno specchio, del proprio stesso suono. Il loro demone è la debolezza, che facilmente diventa pasto di un demone bel più potente: l’adulazione dei maestri, finti o veri che siano.
Ora: un maestro (non distinguo, qui, maestri buoni da maestri cattivi) ha inciso sulla fronte il segno di Plutone, il lontano; è già rosicchiato dalla vecchiaia, dalle stimmate dell’invidia e della malinconia. Un maestro vorrebbe tornare nella sua forma giovane, rinascere, in qualche modo, incarnandosi, sacrificando il giovane allievo, il quale, a sua volta, è cosciente di questo. Anche lui, per crescere, deve sacrificare qualcosa. Il significato di Allevare non viene dal prendersi cura: viene dal gesto del pater di sollevare il bambino accettato, sottratto al destino di una morte e di un abbandono certi. Si viene allevati, dunque, per ricatto, per scelta dell’adulto. Altrimenti si viene abbandonati. Il maestro, dunque, alleva per una sua decisione segreta, già costruita all’inizio, che è quella del travaso, della risorgenza in un altro corpo. Alleva, forse, chi segretamente già gli assomiglia. Lo fanno tutti i padri, incosciamente. L’allievo, per crescere, deve sacrificare qualcosa della sua voce e non mi riferisco solamente alla letteratura. Riguarda anche tutte le puttanelle in bichini che accettano il pagamento e il mercimonio della loro carne per ottenere, fondamentalmente, uno specchio dorato.
L’allievo è consapevole dell’accettare il silenzio di condizioni mai sancite da un patto scritto. Il garante di queste regole è il solito Mefistofele disposto a dare qualcosa in cambio di un risarcimento ben più alto.
Quando noi ci rivolgiamo ai maestri, stiamo parlando a quella parte di noi che abbiamo deciso di sacrificare perché nulla è dato gratis in cambio di un gesto. I maestri si lasciano prima o poi, si abbandonano e non è vero che questo non produca astio, dolore, indifferenza, panico.
Non c’è vera educazione se questa non presupponga uno strappo, un tradimento reciproco. Perché due persone si sono reciprocamente attraversate nella vita e nella parola, strappandosi. Se soffre solo il maestro, o solo l’allievo, è accaduto solo il cinico attraversamento della vita nei corpi di tutti.
Le scritture giovani, dunque, (scritture della parola, del corpo, del pensiero, dei gesti significanti) contengono in sé il rischio, la promessa e l’ambiguità del sentirsi umili e la presunzione del diventare adulte al più presto, maestre esse stesse, riproducendo la trama di una storia naturale.

Sebastiano Aglieco

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lunedì 8 giugno 2009

Viola Amarelli, Risvolti del sacro

Viola Amarelli, NOTIZIE DALLA PIZIA, LietoColle 2009

Sono figure moderne queste pizie di Viola Amarelli: “le indovine si presentano, raccontando il loro tempo ed esponendo il pensiero magico che attribuisce loro un ruolo, una funzione sociale, a prescindere dalle loro coordinate temporali e persino dalle loro stesse intenzioni”, (Gianmario Lucini nella prefazione).
Ché, in fondo, il divino, col suo dover dipendere necessariamente dalla terra, si riduce a una biochimica del tutto naturale di “biossido al carbonio/etilene/incrocio fra due faglie/geologia/trance mistica/estasi invasata/lo sdoppiamento/carne utero donna/neuroni dopamina/ossitocina/logos/versus mani”, p. 37; purchè la parvenza sia onorata.
Il divino, tuttavia, è anche “fare l’amore come si conviene,/con l’universo, vampa illimpidita”, p. 16, allorché si sia disposti a togliere il tampone dalle nari usato per protezione e pragmatismo e sciogliere i lacci del sacerdozio imposto per esigenza di rappresentazione sociale.
Le parole migliori della raccolta si trovano in effetti nei passaggi lirici in cui queste pizie, libere delle loro formule, dello status, rivelano che, l’indicibile della lingua, in fondo, non è altro che il suono di una cantilena, esperienza personale che non può essere veramente raccontata: “Non io – non sé – non altro/tagliata lingua sulle reni parla,/gong di carne le piccole labbra”, p. 24.
Eppure appare necessario questo distacco ironico tra apparenza, forma sociale del rito, e verità. Così si può leggere una ricerca del divino tra le pieghe della Storia, non nella Storia, non nel potere di queste pizie, schiavizzate, a ben intendere, nel nome del raziocinio sociale di Apollo. Perché l’altro dio, il rude Dioniso, il fratello, la faccia in ombra dell’ordine, rimane il vero suggeritore dell’irrazionale che è in noi, puro balbettio, ninna nanna.
Che poi l’autrice voglia liberarsi di questi sostrati ingombranti, abitare il labirinto del mondo senza il minotauro, è detto chiaramente: “il dio, deo gratias, non abita più qui (…) liberamente scaldiamo figli e cuori”, p. 43.
Non si tratta di dimenticare, perché nulla si perde veramente; perché “solo il potere/ è trasmutato altrove dove ugualmente/nasce e nel vivere muore” p. 43.
Il potere è, insomma, altro dalla vita e “il tempo scioglie con la cheratina/le chele al titanio/non i sogni, resistenti alle maree”, p. 46.

Sebastiano Aglieco

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martedì 2 giugno 2009

Gianluca D'Andrea, L'AMORE DA IMPARARE

Gianluca D’Adrea, CANZONIERE I, L’Arcolaio 2009

Questo canzoniere di Gianluca D’Andrea si sviluppa nell’arco del procedere dell’avventura amorosa: dai suoi fremiti iniziali - perdersi nel corpo che è luogo di s/conoscenza - fino al ritorno, dopo tutte le esperienze: “Non ho fatto progressi/sono a secco e non importa, padre”, p. 52.
L’amore, dunque, sarebbe esperienza che non insegna nulla; solo attraversamento, vivo procedere fino a un punto che ci riporta indietro; all’inizio. L’amore è stare in superficie, “avevo imparato che la superficie/del tuo corpo era tutto per me”, p.48.
All’inizio, per terrore, c’è un aggrapparsi alla scelta tradizionale; a una tradizione, dunque. E dunque alla parola. La poesia è fatta per arginare; è superficie alla quale attaccarsi, pena la perdita, l’ossessione della parola assente.
Si evoca, per suggestione tematica, il Vincente Alexaindre di “La distruzione o amore”. Qui, però, contro questo rischio di Amore, della sua incoerenza formale, del suo sconquasso senza leggi, D’Andrea cerca di opporre un ordinamento dei confini, laddove il teatro diventa poi la casa, il letto nuziale. Prima, però, c’è il sommovimento, una difesa infranta, un divampare, che è esperienza giovanile del primo contatto. In effetti questa aurea favolistica che tutti ci abita quando conosciamo Amore, deve lasciare il passo al ragionamento di Amore, alla sua normalizzazione nell’esperienza dello sguardo lento, anestetizzato.
Il secondo ciclo della solitudine (o del rifiuto o impossibilità), parla appunto di questo timore della resa, mentre si è appena annunciata l’idea della promessa della casa, carcere o dominio: “Lei dorme al mio fianco,/è con lei che calme cure/riposano gli artigli del pensiero”, p. 12.
Così D’Andrea raccoglie gli archetipi delle forme dell’amore: il tremore dell’inizio, l’atemporalità, la promessa; e poi l’abbandono, la solitudine. E poi ancora l’amore ragionato per rischio della perdita, fino alla sua perdita metafisica, quando il corpo diventa paesaggio, geografia di un’esplorazione: “Sempre odierò l’estrema solitudine/che il mare della mia isola impone/e il suo cerchio luminoso/che mi stringe nella quiete/dei tuoi occhi lontani”, p. 15. E non per ultimo, il tema del nascondimento, del rincorrersi attraverso le maschere: “Anche baciandomi vive altri spazi,/allora cerco di distrarmi, appronto il mio teatro,/condivido la voce/ma è uno spreco perché lei è già via/da sempre/anche a un passo da me/come abitassi una vetta glaciale/anche qui, dentro il sangue del mondo”, p. 16. La perdita, insomma, non solo del corpo amato che si è sottratto, ma della sua idea, delle sue possibilità.
L’istante, la percezione dionisiaca dell’ebbrezza del momento, superficiale, il rimpianto per l’istante, del vino amaro, andrebbe superato in nome dell’amore maturo, dell’amore che nulla più chiede: fermo, sigillo. L’esperienza e la conoscenza s’incamminano, desiderano giungere a un dopo, alla dimenticanza dell’amore come eventualità, confusione iniziale: “non abbiamo un centro/ma una varietà di innesti per crescere”, p.36.
Così si fa corpo l’idea del figlio; questo innesto, questa possibilità realizzata nella conoscenza del mondo. L’amore non è più il corpo: “non ricordo il tuo corpo nudo”, p. 37, ma “la cura del domani/(…) il quotidiano/che ha le radici dolci della cura”, p. 37.
L’amore è anche insegnamento, compito: “Che sarà mai la mia salute se/non saprò dire ai miei figli che queste/parole sono la linea e il volume/del mondo e il cammino per orientarsi”, p. 39.
L’Amore deve diventare l’amore reale, affrontare il rischio della perdita, della Bellezza sottratta, che è esperienza che l’amore schiude, prima o poi, come scommessa e rischio, nel suo stesso seno. L’amore, insomma, è parabola, arco che si protende verso un dove che non conosciamo, e questo libro lo descrive nei suoi passaggi, nei suoi anfratti, fino alla disillusione.
L’amore è anche scordare di avere imparato: “Oggi la mia rinuncia/sarà la mia ricchezza,/eviterò il tuo corpo/fino allo strazio”, p. 49.

Sebastiano Aglieco

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venerdì 29 maggio 2009

UNA BREVE PAUSA

Una breve pausa. Forse ce lo meritiamo ...

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domenica 24 maggio 2009

Marco Vitale, LE PAROLE DI CUI SIAMO FATTI

Marco Vitale, CANONE SEMPLICE, Jaka Book 2007


Annotando le pagine di questo libro di Marco Vitale - opera antologica sembrerebbe, per complessità e ricchezza - si avverte una raggiunta maturità, una personale idea di bellezza nella forma; una calma bellezza, vorrei dire.
Non è scrittura oracolare, che si abbevera alla sorgente dell'intuizione. E nemmeno si può parlare di una scrittura che difenda tragicismi di maniera spacciati assai spesso per sovversioni, o peggio, maledettismi fuori moda. E' invece l'opera matura di un autore della mia generazione, spesso condannata - per precarietà editoriali e complessi rapporti con i maestri - a rallentare nel tempo il suo apice; ad essere giovane ad libitum, e quindi ancora con debiti, spesso impagabili, inestinguibili. E' una generazione questa, per la quale gabbie di vario tipo hanno costretto la parola a farsi occhiuta, lacerata nella propria stessa necessità di salvezza: quindi lenta, a volte; poi, improvvisamente, esplosiva, per sdegno e ripicca.
In effetti salta agli occhi, nel libro di Marco, la rilevanza del tema del tempo, del fiorire e del trascolorare, colti nella minima durata dell'essere, già trascorso in un istante da noi, e già lontano: “ed ora ci è davanti - scriveva Pasolini - piano piano, senza alternativa, il presente”, p. 38.
Un verso che è vera epigrafe per intendere le sfumature di questo libro; scritto in contesto (cum testum) intendendo, appunto, il costruirsi delle parole nella malinconia di un presente che ci è davanti e che quindi ci ha già attraversati.
Sfioriscono, dunque, l'Amore e la Storia, “fermati/non avere fretta e considera/con me, tutta quest'ombra ancora un poco”, p. 41; sono nella luce, luce mai ferma ma trascolorante; nelle cose in perpetua agonia di se stesse, in perpetuo trascolorare dei sensi (Luna d'eclissi s'intitolava una precedente raccolta qui inglobata).
I riferimenti di questa scrittura non sono ai contemporanei: Lesbia è il modello di un amore fragile, descritto e goduto nei minimi passaggi dell'incontro: “Eravamo al caffè, moriva l'anno/a Roma in un ricordo/di dorata luce e le tue dita/corsero ai capelli./Fu appena un gesto/a consueto raccoglierli, uno soltanto/ma così tuo, levando un poco il seno/e le spalle/Era il dolce rumore della vita/che per te ritornava/chiaro in quel battito a me/così affannato//Eri la medicina e la ferita/la gioia se solo io ti guardavo”, p. 94.
Così la Storia dolorosa dei grandi affanni e dei grandi tradimenti trova testimonianza nel racconto personale delle foto e dei ricordi: “ricorda/non contare/ l'indulgenza del tempo a tuo vantaggio/gioca il distacco, oh il resto non contare”, p. 50.
Qui parla un guardiano, uno che “passa ogni giorno a filo/di silenzi (...) passa/dilegua in un’azzurra/devozione di ronda”, p. 50.
La Storia, insomma, è fatta di rovine, occasioni perdute, lontananza: “Che fosse di Enrico IV quella rovina/in erpice alle alture soleggiate/di Lavardin la nostra guida tace”, p. 30.
L'unico modo per trattenere un minimo senso è la misura, “semmai la creta di un sonetto/ne ferma la misura come un tempo/a noi più prossimo”, p. 26.
La Storia è anche mito, lontananza, imperscrutabile enigma. Privato e collettivo si smemorano perchè i sogni vacillano, si sbriciolano, trascinano via i colori delle cose, la loro materia.
Un altro tema di questa scrittura è, in effetti, l'utilizzo di una tavolozza delicatissima in cui, in genere, l'azzurro si staglia sullo sfondo delle cose, un azzurro illuminato e sfuggente, pronto ad adombrarsi a ogni passaggio di nuvola, pronto a far scomparire le forme, a mostrarne la caducità.
Oggetti custoditi in bacheca, sbiaditi, vittime dell’erudizione del “dotto Pallottino” di turno; oppure, nostro malgrado, oggetti naturali, “cuscini poveri che il sole/o le intemperie scioglieranno/a poco a poco”, p. 42; “tracce, tracce si sfaldano/tra stenti ciuffi e su tutto l'idea/che se ne cibi il vento”, p. 48.
Questa valenza coloristica del libro di Marco, costituisce la sostanza stessa della materia, splendidamente indicata nel riferimento a un modo pittorico di dipingere le cose: “Com'è risolto/sotto la spessa neve del leone/il naso/in alto il bronzo/più mosso del cavallo/la sua gualdrappa e la sciavola De Pisis/li dipinse in un sogno/già intessuto di vento//ma il vento ora si posa/e tutto tiene”, p. 87.
La realtà, dunque, è avvolta da un velo che fragilmente trattiene le cose, come un pittore dipinga una tela lasciando spazi bianchi per fare entrare la luce; ma anche per indicare l'illusorietà, la fragile trama della sostanza. E forse qui, non a caso, il poeta fa riferimento a una scultura di metallo, forma immaginata in sogno, che poi trova corrispondenza nel desiderio del persistere, del durare.
Così l'amore, flebile e labile più di ogni altra cosa, immerso nella luce e nell'inconsistenza, fatto di addii, di distanze e di pochi gesti significanti;di baci “come “le belle stelle/di un silenzioso firmamento”, gli stessi baci che Catullo chiese a Lesbia; “ma i tuoi furono breve gemma/in nostalgia del freddo//furono brivido di ala”, p. 99.
Sono accolti, in questi testi, anche gli addii “Non te ne andare - ti direi/non te ne andare”, p. 104. Le provvisorie perdite e i ritorni “Quando ritorni, angelo mio/quando?”, p. 96. “Ma intanto dimmi, è ancora bello/a Roma? E tu come stai?”, p. 95, con quella dolcezza e cortesia del dire che spesso mi è capitato di sentire incontrando Marco.
E si accolgono anche due qualità della luce: Milano, lungamente descritta nelle sue variazioni e umori, comune luogo di convalescenza, di espiazione; e Roma, con i suoi tramonti e i suoi acquazzoni che slavano le cose.
Il libro, dunque, è costruito nella storia di una cultura letteraria di vasta portata, sensibile agli echi, mai in rottura con le istanze della letteratura e della vita. Non vita maledetta, da negare e combattere come un cancro che rovina e storce la parola, ma da comprendere in quella corrispondenza che già indicava Baudelaire, dando inizio al tempo e all'immaginario della nostra scrittura.
Scrivere, oggi, esige un atto di maturità, di consapevolezza della storia che ci ha attraversati, e che non va negata, sputando e urlando per mezzo delle parole, ma portandola oltre, comprendendola meglio. Comprendendo meglio le parole di cui siamo fatti.

Sebastiano Aglieco

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